Liberazione del tempo dal lavoro salariato (3)

dicembre 23, 2008

Il lavoro sta per finire, serve un altro contratto

Intervista con Jeremy Rifkin, di Francesca Leoni

Su quali basi e su quali dati lei fonda la sua previsione di una vertiginosa crescita della disoccupazione nei prossimi decenni?
Stiamo uscendo dalla rivoluzione industriale ed entrando nel secolo delle biotecnologie. Negli ultimi quarant’anni, due dirompenti novità hanno marciato su binari paralleli: il computer e le manipolazioni genetiche. Come dire: la scienza dell’informazione e la scienza della vita. Questi due filoni ora stanno
cominciando a fondersi in un unico campo fatto di bioinformatica e genomica. Esso darà luogo, nel XXI secolo, a una nuova, grande rivoluzione commerciale.
Certi futurologi ci hanno portato fuori strada parlando di èra dell’informazione; definire il XXI secolo “èra dell’informazione” è un po’ come chiamare l’età industriale “èra della carta stampata”… Assurdo, perché il
computer non rappresenta in sé una risorsa: è solo uno strumento gestionale, una forma di comunicazione, un linguaggio. E quando ci volgeremo indietro vedremo che il computer ha sì svolto molteplici ruoli, dalle comunicazioni personali al divertimento, ma che la sua funzione primaria, avente valore economico, è stata quella di organizzare, decifrare, gestire e sfruttare i geni. Dobbiamo dunque
parlare di “èra delle biotecnologie”, perché la materia prima del secolo venturo saranno proprio i geni, come i metalli, i combustibili fossili e i minerali sono stati le materie prime del secolo dell’industrializzazione ora al tramonto.
Ma, per tornare al tema: il confluire dell’informatica e delle manipolazioni genetiche darà luogo a un tipo di economia che farà assegnamento su una forza lavoro piccola, di élite. Mai e poi mai vedremo decine di migliaia di lavoratori uscire dai cancelli di fabbriche come la Microsoft, la Genentech, o di altre industrie del computer, del software, delle tecnologie genetiche. Perché queste industrie non avranno mai bisogno di manodopera di massa.

Oltre le nuove tecnologie ci saranno altri fattori a determinare questa disoccupazione “strutturale”?
Sì, ma in realtà tutti i fattori discendono più o meno direttamente da una stessa causa, le nuove tecnologie. Ad esempio, la globalizzazione dell’economia sembrerebbe un fattore a sé, e invece è il risultato delle telecomunicazioni informatiche e del software e delle tecnologie genetiche, che consentono a imprese transnazionali di lavorare simultaneamente in ogni parte del mondo. Certamente, se il mercato globale, un tempo legato alla geografia, sta ora passando dalla geografia allo spettro elettromagnetico, questo è il più grande cambiamento mai intervenuto nella storia del commercio. Se i mercati spostano i
loro punti di riferimento dalla carta geografica al ciberspazio, questo non solo cambia tutta la base della teoria economica, ma soprattutto cambia in profondità la natura del lavoro. Ed eccoci tornati al tema: non ci sarà più bisogno di una forza lavoro di massa. Una quota sempre maggiore di lavoro umano sarà svolta
dalle tecnologie intelligenti e da quelle genetiche; sì, gran parte del lavoro la faranno i geni. Per l’alimentazione cominceremo a vedere soppiantate le colture agricole all’aperto da colture di tessuti vegetali e non vegetali al coperto. I microrganismi prenderanno il posto degli agricoltori, e non solo:
vedremo geni agire come microrganismi per estrarre i metalli rari dal minerale grezzo, cosicché anche nel settore minerario non ci sarà più bisogno di molti addetti. Ho fatto soltanto due esempi ma potrei citarne molti altri, perché il nuovo software, le nuove tecnologie intelligenti, le nuove tecnologie genetiche stanno sostituendo il lavoro umano a ogni livello.

Il progresso tecnologico distrugge e distruggerà sempre più vecchi posti di lavoro. Ma molti sono convinti che ne creerà altri nuovi in grande quantità. E’ una previsione realistica o sconsiderata?
Dipenderà esclusivamente dalla nostra intelligenza e lungimiranza, non avverrà affatto in modo automatico. Nell’era industriale, quando un settore si meccanizzava, emergeva sempre un nuovo settore per creare in tempo nuove opportunità. Ai primi del Novecento molte persone che avevano un’azienda
agricola cominciarono a meccanizzare il lavoro, e contemporaneamente molti dei nostri nonni migrarono nelle città e trovarono posto nelle fabbriche. Poi, quando anche le fabbriche si sono meccanizzate (negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta di questo secolo) molti dei nostri genitori hanno potuto riqualificarsi
e trovare, da “colletti bianchi”, nuove occasioni di lavoro in settori emergenti, come quello dei servizi. Questi processi non si ripeteranno tali e quali nel XXI secolo. Oggi tutti e tre i settori – agricoltura, industria anifatturiera e servizi – si stanno automatizzando e ristrutturando, ma sostituiscono la forza-lavoro di massa con gruppi d’élite e nuove tecnologie. Come in passato, abbiamo un nuovo settore di occupazione emergente, il settore della conoscenza, in cui si vanno continuamente creando nuovi posti di lavoro, nuove opportunità, nuove competenze, nuovi prodotti, nuove merci. Ma si tratta d’un numero di posti assai limitato. Bisogna domandarsi senza finzioni o ipocrisie quanti addetti occorrano per mandare avanti un’industria biotecnologica o una società di software… Il succo della faccenda è questo: le tecnologie stanno diventando talmente avanzate, talmente sofisticate, di qualità tanto elevata e così poco costose che di qui a cinque o dieci anni nessun lavoratore “umano” potrà competere con loro. Di conseguenza, a meno che non si arrivi a un contratto sociale nuovo, tipo quello che io suggerisco nel mio
libro, credo che assisteremo a una sempre crescente disoccupazione.

E forse, questo è un timore abbastanza diffuso, vedremo realizzarsi una suddivisione della società umana in nuove classi di privilegio e di esclusione?
Stavo per dirlo. Un 20% della forza-lavoro totale se la passerà sempre abbastanza bene: mi riferisco agli operatori della conoscenza, agli impiegati di concetto con le giuste qualifiche professionali. Ma in tutti i paesi questi privilegiati costituiranno sempre più un’isola felice rispetto a un mare di precari e di braccia inutili. Già adesso un buon 80% della forza di rango inferiore, quella che non è ben qualificata o sovrabbondante, sta finendo nei guai e viene sempre più emarginata.

Che fine faranno tutti i giovani di cui il mercato non avrà più bisogno?
Questa è una tragedia immane che incombe soltanto sui paesi più arretrati oppure è una minaccia per tutto il mondo?
Potrà essere sventata?
E come?

Inizialmente il problema riguarderà soprattutto i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Ma finirà con l’investire anche quelli già molto progrediti… Ad esempio, chi oggi va in Argentina, in Brasile, in India o nel Messico
settentrionale vede già impianti che si avvalgono di ritrovati tecnologici modernissimi, specialmente nell’industria manifatturiera (ma anche in quella dei servizi). Le curve dei grafici un tempo mostravano tutta la tecnologia nel Nord del mondo e tutta la manodopera a basso costo nel Sud. Ormai non è più così, le differenze si vanno attenuando. La verità è che da Nord o da Sud non si può più competere sui mercati mondiali con impianti che siano tuttora ad alta intensità di manodopera, neanche nel ramo dei servizi. C’è ovunque bisogno di una produzione che utilizzi una tecnologia continuamente rinnovata, come anche di un’industria dei servizi che assicuri controllo della qualità, forniture just-in-time (per eliminare il costo dei magazzini) e un accesso molto rapido ai mercati mondiali. Visitando l’India, il Messico, la Malesia, ci si accorge subito che in questi paesi la tendenza è quella di andare verso fabbriche quasi completamente prive di dipendenti, verso l’impresa virtuale governata da pochi “colletti bianchi”. Ne deriveranno una compressione dei costi e una concorrenza che metteranno in difficoltà sempre più gravi l’Occidente industrializzato.

Lei vuole dire che i nostri governanti e i nostri economisti non hanno saputo tenere il passo degli imprenditori? Che c’è stata, cioè, in sede politica una sottovalutazione di tutto il problema?
Esattamente. Io collaboro con imprenditori di tutto il mondo e tengo corsi per manager: ebbene, generalmente li trovo d’accordo con la diagnosi che ho presentato in La fine del lavoro. Chi intraprende sa bene che stiamo andando verso una occupazione sempre più d’élite. Invece molti uomini politici e molti economisti amano illudersi, e illudere, continuando a dire: «La storia dimostra che le novità creano più posti di lavoro di quanti ne distruggano». Ripeto: questo è stato vero ai tempi della prima e della seconda rivoluzione industriale, non lo sarà più nel secolo delle biotecnologie. La riconversione e la riqualificazione della mano d’opera che oggi è fuori mercato potrebbero essere una soluzione? Anche se si sottoponesse a riqualificazione professionale tutta la forza lavoro del mondo formandola in vista dei nuovi posti (ed è impossibile, perché ci vorrebbero tanti anni e risorse imponenti, ma ammettiamo pure che ci si riuscisse) non vi saranno mai abbastanza opportunità sufficienti per occupare centinaia di milioni di persone in cerca di lavoro. Una caratteristica del secolo dell’informazione e delle industrie biotecnologiche, lo ripeto, è quella di richiedere una forza lavoro esclusivamente d’élite. La tesi che io sostengo nel mio libro è che, come l’età industriale ha posto fine alla schiavitù così il nuovo secolo determinerà la fine del lavoro salariato di massa.

La conclusione da trarre è, allora, tanto semplice quanto amara: il mondo anziché avanti starebbe andando indietro. Un progresso senza limiti ci starebbe portando verso una completa infelicità.
Non la metterei così. Il genere umano si trova oggi certamente di fronte a una sfida inusitata e crudele. Ma sono convinto che potrà vincerla e passare a uno stadio superiore del proprio esistere. In questa evoluzione io vedo un potenziale balzo in avanti, a condizione che riusciamo a creare una nuova concezione politica e sociale del lavoro. Dobbiamo esprimere un pensiero la cui potenza corrisponda alla forza della rivoluzione tecnologica e sappia bilanciarla. Come ho detto, il problema è che i politici, gli economisti e gli esponenti più in vista delle nostre società non hanno ancora prodotto una ideologia sociale abbastanza forte, che sia cioè all’altezza dei cambiamenti rivoluzionari in corso nell’economia.

E’ ragionevole immaginare che le oasi di lavoro privilegiato si troveranno per lo più in Occidente, mentre il lavoro manuale si sposterà invece nei paesi meno sviluppati?
No, perché neanche nei paesi dell’ex Terzo mondo si avrà più bisogno di una forza lavoro di massa. Come farebbe la Cina a competere sui mercati mondiali con i suoi impianti arretrati e con addetti tanto numerosi? Non potrebbe. Anche lì bisognerà cercare la massima economicità, le tecnologie più avanzate, il controllo della qualità, le forniture just-in-time. Dobbiamo abituarci all’idea che anche il lavoratore peggio pagato al mondo non costerà mai meno delle nuove tecnologie già pronte a prendere il suo posto. L’ingegneria industriale ha appena automatizzato il lavoro di cucitura tessile, che d’ora in poi sarà sempre meno costoso; e anche la produzione delle componenti elettroniche è in corso di automazione. Questi erano gli ultimi due tipi di lavoro manuale offerti a basso costo dal mondo in via di sviluppo. Se scompariranno è facile capire quali implicazioni ne deriveranno per Cina, Malesia, India, e così via. Per questo motivo, insisto, dobbiamo inventare una nuova politica e una nuova ideologia culturale e sociale, un nuovo Rinascimento.

E’ possibile liberare le persone dalla tirannia del mercato? Se sì, in che modo?
Prima di tutto, non bisogna dimenticare che il mercato è stato il baricentro degli interessi umani soltanto negli ultimi duecento anni, mentre durante tutti i secoli precedenti gli scambi commerciali sono sempre stati qualcosa di marginale rispetto alla vita. Lei sostiene, insomma, che la funzione-mercato in cui oggi definiamo la nostra esistenza, lavorando e vendendo il nostro lavoro, sarebbe un paradigma recente, che avrebbe già fatto il suo corso…
Sì, ha completato la sua missione. E’ prossima a esaurirsi. E noi ora dobbiamo cominciare a pensare la vita al di là del mercato. A pensare in termini diversi circa il “come contribuire” e il “che lavoro fare”. Io credo che nel XXI secolo i posti di lavoro veramente buoni, capaci di conferire status e nuovo prestigio, saranno quelli che concorreranno a creare ciò che io chiamo il capitale sociale della società civile. In poche parole, mi riferisco al Terzo settore: l’insieme delle attività non-profit e di volontariato. Secondo me, in questo campo si aprono immense prospettive, anche perché si tratta di lavori d’un genere troppo sofisticato per poter essere sostituiti dalle tecnologie dell’oggi e del futuro. Sono lavori che richiedono l’interazione delle volontà, virtù esclusiva degli esseri umani, e di cui le macchine non sono e non saranno mai capaci.

In definitiva lei non è del tutto pessimista. Anzi ritiene possibile e probabile che si possa arrivare a un traguardo rassicurante. Ma partendo da dove? Che cosa bisogna fare perché la società riesca a inglobare e nutrire sterminate masse di senza lavoro?
Ci sono due cose da fare, anzitutto. In primo luogo, e a breve termine, ridurre drasticamente la settimana lavorativa dei già occupati. E questa è ancora una soluzione interna al mercato che abbiamo. Ci serve una settimana lavorativa di 30 ore, cioè 6 ore al giorno per 5 giorni. Quando mi dicono che è irragionevole scendere a 6 ore di lavoro al giorno, io rispondo: «No! E’ irragionevole non farlo!». Orario settimanale più corto significa che un maggior numero di persone possono dividersi i posti di lavoro esistenti, lavorare meno, lavorare in modo più intelligente, trarre maggiori vantaggi dal proprio lavoro. La mia tesi, attenzione, è in linea con la storia degli ultimi centocinquant’anni di evoluzione tecnologica. A ogni stadio della rivoluzione industriale (pensiamo all’introduzione del vapore e dell’elettricità) la settimana lavorativa è stata sempre ridotta e i salari sono sempre aumentati. Siamo passati da una settimana di 80 ore a una di 70, poi di 60, di 50, di 40, fino a quella attuale di 37-38 ore: e ogni volta sono aumentati i salari e i benefici! Era logico: perché mai rinnovarsi e innovare se non per ottenere vantaggi, cioè meno fatica e salari migliori? Non capisco perché gli stessi princìpi non dovrebbero valere per questa generazione e questi tempi. Se crediamo, e io ci credo, che l’incremento di produttività dovuto alle nuove tecnologie dell’informazione sia comparabile almeno all’incremento apportato dalla forza-vapore e dall’elettricità, allora dobbiamo chiedere ancora una volta una settimana lavorativa più corta: 30 ore ripeto, 6 al giorno, più gente al lavoro, paga migliore, vantaggi. Questo dovremmo fare, anzitutto. Ma, ovviamente, a una condizione: che nel contempo lo Stato offra alle imprese, mediante sgravi fiscali e assunzione di oneri sociali, incentivi tali da mantenerle competitive. Lo Stato perderebbe parte delle sue entrate, ma potrebbe recuperarle rapidamente grazie al maggior reddito tassabile prodotto dalla riforma, in quanto un maggior numero di persone verrebbe messo in grado di acquistare beni e servizi. Ecco il tipo di impostazione che secondo me va adottata: una sorta di do ut des, una specie di nuovo contratto sociale. Mi auguro che governi, imprenditori e sindacati lavorino insieme in questa direzione.

Questa secondo lei sarebbe la prima cosa da farsi. E la seconda?
Chiamare in gioco e valorizzare il Terzo settore. Cioè ripensare il vecchio modo di concepire e fare la politica economica. Oggi, quando cerchiamo di combattere la disoccupazione – e qui prendo proprio il caso dell’Italia, paese che vengo a visitare molto spesso – andiamo a sbattere subito contro lo scoglio di un pregiudizio duro a morire: la convinzione che se il governo è a sinistra il mercato è a destra e che creare nuovi posti di lavoro spetti o al mercato o al governo. Io dico che questo paradigma politico va spezzato. Dobbiamo smetterla di pensare ai nostri paesi come a società divise in due soli campi o settori, perché i campi sono invece tre. Soltanto se saremo capaci di pensare alla società di ogni paese come una società composta da tre settori potremo aprire un nuovo dibattito politico e creare un’altra concezione sociale del lavoro. C’è un settore di mercato che crea posti di lavoro privati e capitale di mercato, un settore governativo che crea posti di lavoro pubblici e capitale pubblico; e un Terzo settore che crea capitale sociale, in termini sia di impieghi retribuiti sia di servizi gratuiti.

Dovrebbe spiegarci meglio in che cosa secondo lei consiste concretamente questo Terzo settore. E soprattutto perché gli attribuisce una così fondamentale importanza.
Se tutte le organizzazioni private che esistono in Italia, tutti i raggruppamenti, tutti i club, tutte le istituzioni che non sono né imprese di mercato né enti governativi; se le migliaia di organizzazioni religiose, laiche, sportive, associazioni non-profit, confraternite, formazioni ambientaliste, gruppi per la promozione dei diritti umani e della giustizia sociale… Insomma se dall’oggi all’indomani scomparissero tutte le istituzioni che fanno la vita dell’Italia, ne definiscono la cultura popolare e contribuiscono a formare il capitale sociale della nazione, io sono convinto che anche il vostro paese scomparirebbe. Lo stesso vale, del resto, anche per gli Stati Uniti. Insomma: dobbiamo convincerci che il Terzo settore è il vero settore primario. Il mercato e lo Stato vengono dopo, sono dei settori derivati, perché prima si crea la comunità, lo scambio sociale, e poi il mercato; prima la comunità e poi lo Stato. Quel che ho inteso dire nel mio libro è che i nuovi posti di lavoro verranno in gran parte proprio dal Terzo settore. Ora anche in Italia e in altri paesi questo terzo polo sta cominciando a diventare consapevole di se stesso, e si sta organizzando per poter giocare – alla pari e allo stesso tavolo – con il mercato e il governo. Quando ciò avverrà allora vedremo emergere una politica nuova. E non appena il Terzo settore sarà diventato un luogo di creazione di nuovi posti di lavoro socialmente utili comincerà a chiedere che in ogni paese una porzione delle entrate venga utilizzata per retribuire il lavoro così creato. E allora dovremmo accettare l’idea che una piccola parte della grande ricchezza prodotta dal nuovo sapere tecnologico debba essere utilizzata per retribuire i milioni di posti di lavoro “buoni” e “nobili” creati dal Terzo settore. Questa è l’unica carta a nostra disposizione per vincere la sfida che il XXI secolo ci porta.

Lei sostiene, in altri termini, che è assolutamente necessario ispirarsi a nuovi valori etici e sociali.
Certamente. Dobbiamo finalmente capire che la corsa al danaro non è la cosa più importante, non è ciò che definisce l’esistenza. Nel prossimo secolo ci renderemo conto che avere un salario oppure produrre beni e servizi e immetterli sul mercato è senz’altro necessario, ma non sufficiente a salvare l’umanità da un disastro. La rivoluzione attualmente in corso, l’avvento delle biotecnologie, la convergenza delle scienze dell’informazione con quelle della vita ci offrono l’occasione di andare oltre il capitalismo di mercato, che sarà ancora forte e potrà continuare a svolgere un grande ruolo, ma non sarà più sufficiente a garantire la totalità della nostra vita.

“La fine del lavoro” ha suscitato in Italia e nel mondo un grande dibattito. Se l’aspettava? Pensa che da allora le cose siano cambiate, almeno per quanto attiene alla sensibilità delle classi dirigenti?
Devo dire che il successo del libro è stato per me una piacevole sorpresa (nel caso dell’Italia debbo molto alla bravura del mio editore). Se è diventato un best-seller in tutto il mondo vuol dire che i temi che agita stanno a cuore alla gente. Mi sono incontrato con capi di governo e presidenti di molti paesi, con leader sindacali e dirigenti di gruppi industriali, con esponenti del Terzo settore di ogni parte del mondo, con persone che, per la propria posizione, sono in grado di esercitare una forte influenza sulle scelte politiche del loro paese. Molti avevano già letto il libro e addirittura cominciato a porre in atto alcune delle idee che contiene. Insomma, avevano capito la mia diagnosi e cioè che l’èra della forza-lavoro di massa si concluderà nel XXI secolo a causa dell’emergere di tecnologie sempre più intelligenti, e come conseguenza del confluire dei due filoni tecnologici da cui sarà definito il prossimo secolo, cioè l’informatica e la genetica. Questa svolta potrà portare a una condanna a morte della civiltà, oppure a un nuovo Rinascimento: dipenderà soltanto da noi, da come la affronteremo. Dobbiamo avere la consapevolezza che questo momento storico rappresenta il massimo successo del capitalismo perché finalmente ci offre la possibilità di affrancare le generazioni future dal mercato del lavoro. Ma dovremo anche convincerci che non riusciremo a cogliere appieno i frutti di questo successo se non ci daremo un nuovo contratto sociale.

Un’ultima domanda. Lei si considera un avversario o un amico delle nuove tecnologie o, meglio, le giudica buone o cattive?
Dipende. Buone se sapremo sfruttarne tutte le migliori potenzialità. Se non ne saremo capaci, il rischio sarà grande. Come esseri dotati di raziocinio potremmo fare meglio di quanto abbiano fatto fino a ora, per poter utilizzare appieno tutte le straordinarie potenzialità offerte dalle nuove scoperte. Credo di poter dire che il mio libro, fra i tanti dedicati allo stesso tema, è l’unico a essere ottimista. Nei libri di Bill Gates o di Alvin Toeffler, per esempio, non c’è alcuna idea di un possibile Rinascimento. Tutto quello che dicono è: costruiremo e utilizzeremo computer, telefoni e videogiocattoli sempre più potenti e perfetti. Punto e basta. Non è forse preoccupante? Per la prima volta nella storia moderna, mentre siamo alla vigilia di una svolta carica d’incognite, quasi nessuno è capace di tracciare i connotati di una società del Duemila capace di assorbire senza traumi, e anzi migliorandosi, l’effetto lacerante delle nuove tecnologie. In questo buio, come avrebbe detto il vostro Tommaso Campanella, io ho cercato di accendere un lume. (Traduzione di Marina Astrologo)


Liberazione del tempo dal lavoro salariato (2)

dicembre 23, 2008

Lavorare di meno, lo dice la storia

di Giovanni Vigo (Corriere – Economia), 19/04/2004

Per superare le difficoltà in cui si dibatte la nostra economia, giorni fa il Presidente del Consiglio ha invitato gli italiani a lavorare di più. Un invito che va nella direzione opposta a quella cui ci aveva abituati il dibattito dello scorso decennio e che è stato riesumato di recente in Germania. Si tratta della diminuzione dell’ orario di lavoro per abbattere lo zoccolo duro della disoccupazione e per ripartire fra tutte le componenti della società i benefici dell’ innovazione tecnologica sia in termini di tempo libero che di reddito.

«Lavorare meno, lavorare tutti», è slogan recente ma pratica antica. Le corporazioni medioevali avevano fra i propri compiti anche quello di distribuire le commesse fra gli aderenti perché nessuno restasse senza lavoro. Allora un problema al quale erano molto sensibili le autorità era l’ offerta di lavoro per evitare turbolenze da parte della plebe. Nessuno si occupava del tempo libero degli artigiani e dei contadini anche perché le tecnologie non consentivano di liberare gli uomini dai lavori più gravosi.

I nostri antenati erano perciò costretti a lavorare circa 3 mila ore all’ anno, una media di 10 ore giornaliere escluse le domeniche. Questo ritmo è sicuramente aumentato nei primi decenni della rivoluzione industriale quando gli impianti potevano funzionare giorno e notte, e i turni di lavoro diventarono massacranti (14 o più ore al giorno). Nulla di strano, perciò, se David Landes ha potuto scrivere: «la fabbrica fu un nuovo tipo di carcere, e l’ orologio un nuovo tipo di carceriere». Se per i primi operai fu un carcere a vita, per i loro successori la fabbrica fu l’ inizio della liberazione. Nel 1870, quando la rivoluzione industriale aveva già messo profonde radici, la durata dell’ anno lavorativo oscillava ancora sulle 3 mila ore, ma all’ inizio del Novecento la media dei Paesi industrializzati si collocava intorno alla 2.750 ore, con una diminuzione dell’ 8%. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale la media si era ulteriormente abbassata: nell’ Europa occidentale si lavorava non più di 2.300 ore; negli Stati Uniti 2.115 ore mentre in Italia e in Francia si era già scesi sotto la soglia delle 2 mila ore. Negli ultimi 50 anni la discesa è stata più contrastata. Nel 1973, l’ anno in cui terminò la grande espansione mondiale del dopoguerra, soltanto Francia e Giappone lavoravano appena più di 2 mila ore; la Germania e l’ Italia superavano di pochissimo le 1.800 e la Svezia aveva raggiunto il primato di 1.584.

Poi la discesa ha subito una leggera frenata. Oggi l’ orario di lavoro è rimasto sostanzialmente invariato rispetto a 30 anni fa: anche se i dati non sono del tutto coincidenti, si può concludere che si lavora un po’ di meno in Italia e in Germania, un po’ di più in Svezia e negli Usa. Una delle ragioni del rallentamento è l’ acuirsi della concorrenza dovuta alla globalizzazione che, secondo alcuni, può essere fronteggiata solo con un freno ai salari e un’ intensificazione del lavoro (se poi la disoccupazione cresce, pazienza).

In ogni caso questo approccio è miope: se in questo modo si possono tamponare le conseguenze dell’ attuale stagnazione, non costruisce alcun futuro. Il trend discendente dell’ orario di lavoro non è stato un capriccio della moda ma il risultato di una spinta tecnologica senza precedenti che ha eliminato i lavori più gravosi, moltiplicato la produttività, messo alla portata di tutti un ventaglio di beni e servizi che era inimmaginabile solo un secolo fa. E non c’ è ragione per pensare che il futuro non sarà altrettanto ricco di innovazioni. Gli abitanti dei Paesi ricchi hanno imparato ad apprezzare un bene prezioso come il tempo libero che va tenuto in conto quando si calcola il reddito nazionale. L’ americano Robert Gordon ritiene che attribuendo un valore economico al tempo libero il reddito degli europei aumenterebbe del 5%, passando dal 77% all’ 82% rispetto a quello degli americani. In una società libera è giusto che siano i lavoratori a stabilire se preferiscono avere più soldi o più tempo libero.


Liberazione del tempo dal lavoro salariato (1)

dicembre 23, 2008

Le origini della lotta sui tempi di lavoro

di Luciano Chiodo (CGIL)
http://www.cgil.lombardia.it/contrattazione/convegno8giugno-rel-chiodo.htm

I tempi della prestazione lavorativa, insieme alla sua remunerazione, hanno rappresentato da sempre il motivo più significativo di conflitto tra i lavoratori e il padronato.

La nascita dell’industria era avvenuta all’insegna delle forme di rapporto esistenti nel lavoro agricolo, considerando normale la prestazione lavorativa che si protraeva dall’alba al tramonto.

Le regole erano inesistenti, così come le pause nel corso della giornata e le ferie.

Le prime lotte operaie riuscirono a conquistare oltre cento anni fa la giornata lavorativa di 12 ore, dal lunedì al sabato, secondo la divisione classica di 12 ore per lavorare e 12 ore per riconquistare le energie.

Le lotte operaie per la riduzione dell’orario di lavoro avevano conseguito la conquista delle 10 ore già dall’inizio del 1900, mediamente 3000 ore all’anno, ma l’obiettivo più ambizioso della riduzione a 8 ore era già presente e aveva portato a lotte operaie importanti, come lo sciopero di 25 giorni dei 400 operai dell’Ansaldo di San Pier D’Arena, nel 1869.

La celebrazione del 1° Maggio nasce proprio dal ricordo degli operai assassinati a Chicago nel 1886, mentre manifestavano per rivendicare le 8 ore giornaliere.

Uno dei primi accordi sulla giornata lavorativa di 8 ore fu raggiunto a Torino nel 1919, tra la FIOM e il Consorzio Fabbriche Automobili, che seguiva un accordo pilota a livello nazionale, che fissava l’orario settimanale a 48 ore su 6 giorni.

Un anno dopo, nel 1920, viene conquistata la prima settimana di ferie.

L’allargamento delle lotte operaie per la riduzione dell’orario e le prime importanti conquiste, incoraggiarono anche tentativi di avanzamenti legislativi di riduzione dell’orario di lavoro, come la proposta di legge per le 40 ore settimanali, presentata senza successo dal socialista Filippo Turati nel 1920.

Il movimento di lotta sugli orari, nonostante l’avvento del fascismo, riuscì a consolidare e a generalizzare quelle conquiste, creando le condizioni per il varo del Regio decreto legislativo n. 692 del 1923 che regolava per legge l’orario di lavoro a 48 ore settimanali.

Verso la fine degli anni ’50 in alcune grandi aziende come FIAT e Olivetti si realizzano alcuni importanti accordi di riduzione dell’orario che aprono la strada alle 40 ore di orario settimanale, con il sabato libero, raggiunto nel contratto dei metalmeccanici privati nel 1970, seguito nel 1972 dal contratto dei siderurgici pubblici che scende a 39 ore settimanali, e viene conquistato anche il diritto per tutti alle quattro settimane di ferie.


Decalogo

novembre 13, 2008

La Semplicità Volontaria E’ una filosofia ed uno stile di vita, di pensiero di relazione.



La Semplicità Volontaria E’ il rifiuto volontario di ciò che è intimamente superfluo, dannoso, insoddisfacente.



La Semplicità Volontaria E’ un percorso individuale di ricerca. Attraverso un necessario contenimento esteriore, ed attraverso la sperimentazione di stili di vita e di relazione nuovi, l’individuo che la mette in pratica mira ad una maggiore e più profonda soddisfazione terrena: serenità, consapevolezza, libertà.



La Semplicità Volontaria E’ il riconoscimento che consumo, frenesia, egoismo, apparenza, ritualizzazione, allontano da ciò che è veramente benefico e sono spesso la causa di quello stato di NON SODDISFAZIONE che emerge in vario modo.



La Semplicità Volontaria E’ il centro di una rivoluzione culturale che mira prima di tutto alla liberazione ed alla soddisfazione del singolo individuo o dei piccoli gruppi.





La Semplicità Volontaria NON E’ ascetismo o rinuncia dolorosa. E’ anzi una ricerca energica di un piacere e di una ricchezza profonda e maggiore.



La Semplicità Volontaria NON E’ un rifiuto né una fuga dal mondo, quanto la ristrutturazione della nostra vita rivolta unicamente alla ricerca in questa vita di una forma completa e bilanciata di piacere.



La Semplicità Volontaria NON E’ una bizzarria recente o il risultato di un’incapacità di stare al passo con il presente, quanto una filosofia antica e radicata nella storia e nella personalità di una platea di filosofi, profeti, politici, letterati, scienziati, uomini comuni.



La Semplicità Volontaria suggerisce una serie di principi, di atteggiamenti e di comportamenti. Abbiamo provato, senza alcuna pretesa, a riassumere in ordine sparso dieci tra gli aspetti centrali sui quali si può riflettere e che è possibile provare a sperimentare con modi, intensità e risultati personali.



Ridurre i consumi. Il consumo non è né una via per la felicità, né un indicatore di successo o di personalità, né un “dovere sociale”. Il consumo è anzi spesso uno spreco di risorse economiche e di tempo: beni rari e preziosi, che potrebbero essere investiti in maniera differente con risultati decisamente migliori. Il consumo non garantisce benessere e soddisfazione durature; si alimenta nell’insoddisfazione e nella creazione continua di nuovi bisogni; deteriora l’ambiente, le relazioni umane, la libertà e il benessere interiore. Smascherare il consumo compulsivo e la promessa della felicità attraverso il consumo, riappropriandosi della capacità di scegliere oltre all’apparenza ed agli stili della società dei consumi ciò che è veramente degno.



Consumare criticamente: Consumare consapevolmente i beni ed i servizi necessari, scegliendo prodotti durevoli, che non diano cioè luogo a scarti eccessivi; prodotti salubri, che riducano cioè al necessario gli agenti chimici potenzialmente sempre dannosi; prodotti che non siano ottenuti a costo della rovina dell’ambiente o dello sfruttamento dei lavoratori. Favorire gli scambi non economici (dono, prestito, condivisione), l’autoproduzione ed i produttori locali, costruendo con essi una relazione di vicinanza non solo commerciale in grado di garantire sulla qualità del prodotto e sui processi produttivi. Eliminare dalla catena tutti gli intermediari improduttivi che fanno soltanto lievitare il prezzo, contrastando allo stesso tempo lo sfruttamento imposto dalla grande distribuzione e dalla globalizzazione.



Rallentare il ritmo, riducendo il tempo dedicato al consumo di merce superflua ed il tempo dedicato al lavoro “salariato” spiacevole, ripetitivo, “alienato”, che non gratifica anche perché non permette di utilizzare se non in minima parte l’intelletto, la creatività, e anche la stessa manualità propria dell’artigiano. Riscoprire il tempo libero, da dedicare cioè ai propri interessi, all’ozio, alla famiglia, alla meditazione, alla creatività artistica, al servizio alla comunità, alla ginnastica, al vagabondaggio, ma anche a aggiustare o ad auto-produrre oggetti o prodotti utili.



Limitare le esibizioni esteriori. Mettere in pratica la semplicità volontaria attraverso il rifiuto del linguaggio del consumo, mantenendo un profilo sobrio e vivendo in maniera proporzionata al valore profondo effettivamente attribuito i vari “successi” che la vita moderna suggerisce. Testimoniare la semplicità volontaria attraverso l’azione, attraverso il sostegno e attraverso il sorriso, aprendosi al dialogo e al dono. Ascoltare sempre, e spiegare con entusiasmo il proprio comportamento a chiunque si dimostri interessato a capire senza inseguire a tutti i costi il consenso o l’approvazione generale.



Prediligere i piaceri stabili o “netti” e non quelli fugaci, apparenti, o nel medio termine nel complesso dannosi. Evitare quei presunti piaceri, ad esempio quelli proposti dal consumo, che risolvono bisogni fasulli o che sono una semplice risposta conformista, e che richiedono grandi investimenti (economici, emotivi, temporali) offrendo in cambio una felicità temporanea, parziale, di superficie. Imparare a godere dell’evasione senza diventarne dipendenti, e senza trasformare la fuga in una routine necessaria per compensare uno stato di normalità insopportabile che non si riesce a modificare né a neutralizzare profondamente.



Liberarsi e liberare la propria facoltà di scegliere dal conformismo, dall’abitudine e soprattutto dalle dipendenze. Agire sperimentalmente non sulla base delle convenzioni o dei condizionamenti, ma sulla base delle proprie credenze e della propria ricerca del piacere (un piacere, come detto, stabile ed orientato all’armonia, che per essere tale deve prima di tutto non nuocere a nessuno). Esercitare una forma di auto-controllo che aiuti a rendere liberi ed autosufficienti: la scelta vera, cioè non scontata o automatica, e responsabile, cioè riflettuta e orientata verso principi, ha già in sé una scintilla di orgoglio e di soddisfazione.



Curare le relazioni, a partire dai rapporti affettivi fondamentali, aprendosi però anche alla comunità ed ai cosiddetti “emarginati”. Tutti queste relazioni, se vissute con calore, immediatezza, schiettezza, fiducia, coraggio, portano a forme (pur diverse) di gratificazione e si rivelano in realtà anche funzionali al singolo (ad esempio nel momento della difficoltà). Allontanare il calcolo economico e utilitaristico dalle relazioni affettive e dalle relazioni di vicinato, badando più al rapporto sereno e aperto che alle gelosie ed all’orgoglio. Instaurare relazioni di collaborazione, di reciproco aiuto, di conoscenza e di dialogo in modo da disinnescare le eventuali tensioni e da garantirne la risoluzione nonviolenta.



Perseguire un benessere olistico. Riconoscere che la salute del corpo ed il benessere psichico e relazionale sono collegati, così come lo sono la vita relazionale, la vita affettiva e la vita lavorativa. Ricercare un equilibrio consapevole, mettendo al centro queste dimensioni e assegnando un valore secondario all’aspetto materiale e alla pura apparenza sociale. Considerare il potere “auto-rigenerante” del nostro corpo, e non intervenire materialmente su di esso quando non necessario né in maniera azzardata. Imparare ad ascoltare il proprio corpo ed il proprio spirito: il dolore, la paura, la tristezza, sono il primo e unico indicatore fondamentale che ci può aiutare a modificare il nostro comportamento adottando gli stili più efficaci, e non sono il sintomo di un guasto o di un “difetto di fabbricazione”.



Tutelare il bene comune. Riscoprire la dimensione comunitaria e conviviale, creando ecosistemi armonici con chi ci sta vicino escludendo o limitando le relazioni economiche. Preservare quel poco veramente necessario alla vita serena di tutti dalle leggi dell’utile, dell’egoismo e del mercato, nella convinzione che un ambiente composto da individui sereni ha conseguenze benefiche per tutti. Ricercare la stima, la riconoscenza, il lustro, nelle interazioni reali con gli altri e non nel potere o nella disuguaglianza materiale, in quanto questo secondo tipo di “stima” è solo apparente e provoca non armonia quanto tensioni.



Rifiutare i rituali e preferire i sentimenti veri, profondi, immediati e non standardizzati. Quello simbolico è un sistema che nasce spesso per semplificare e per rendere immediatamente comprensibili sentimenti e relazioni profonde, ma alla lunga li svuota, li banalizza, li rende esteriori e non più sentiti. Cercare una via personale per comunicare con gli altri, perché, benché siano in qualche modo più faticose, le espressioni genuine e l’azione concreta infondono più calore e verità delle frasi fatte o delle recite socialmente codificate.


Il giardino della semplicità

novembre 5, 2008

di Duane Elgin

tradotto da semplicità volontaria.wordpress.com

Quella di uno stile di vita semplice non è un’idea nuova. Questa filosofia ha anzi radici storiche profonde, e trova espressione in tutte le antiche tradizioni di saggezza. Oltre due mila anni fa, mentre i pre-cristiani affermavano “non darmi povertà né ricchezza” (Proverbi 30:8) e i taoisti affermavano che “solo colui che sa di avere abbastanza è realmente ricco” (Lao Tzu), Platone e Aristotele proclamavano l’importanza di un “giusto mezzo” indicando un sentiero ideale tra l’eccesso e la scarsità ed il buddismo incoraggiava una “via di mezzo” tra la povertà e l’accumulazione irragionevole. E’ chiaro che la semplicità non è una recente invenzione. Sono però nuove, e in radicale cambiamento, le condizioni ecologiche, sociali e psico-spirituali nelle quali vive l’uomo moderno.

 

La spinta verso una semplificazione degli stili di vita è stata chiaramente suggerita nel 1992 quando oltre 1600 dei più stimati scienziati, compresi la maggioranza dei premi Nobel viventi, hanno sottoscritto un “Avvertimento all’umanità” senza precedenti. In questa storica dichiarazione, essi hanno scritto che “gli esseri umani e il mondo naturale sono su una rotta di collisione… questa situazione può alterare il pianeta su cui viviamo in maniera tale da rendere la vita come la conosciamo oggi impossibile”. La loro conclusione è stata che, “se si vuole evitare una vasta miseria e la rovina irrimediabile della nostra casa globale, è necessario rivedere il modo in cui ci curiamo della terra e della vita”.

 

Circa un decennio dopo 100 vincitori del Nobel hanno affermato che “il pericolo maggiore alla pacifica convivenza negli anni a venire è costituito non tanto dagli atti “irrazionali” degli stati o degli individui quanto dalla soddisfazione dei bisogni legittimi da parte di coloro che oggi non possiedono nulla”. Oltre a questi due avvertimenti sottoscritti dai più importanti scienziati, sono molte le questioni (dal riscaldamento globale all’esaurimento di risorse chiave come acqua e petrolio, all’aumento della popolazione ed alla crescita del divario tra ricchi e poveri) che indicano la possibilità di una grave crisi in grado di sconvolgere il sistema già entro la nostra generazione. Se riusciremo a salvarci, facendo allo stesso tempo un vero passo in avanti nella nostra evoluzione, sarà necessariamente anche attraverso uno stile di vita più semplice, sostenibile, ed allo stesso tempo soddisfacente.

 

Anche se gli argomenti che auspicano uno stile di vita più semplice sono forti, le spinte a favore dell’attuale stile di vita sembrano ugualmente consistenti. Molte persone, infatti, non accettano di adottare uno stile di vita più semplice perché esso appare loro come un sacrificio; al contrario, essi continuano a cercare la soddisfazione attraverso le nuove risorse che la società stressante e ossessiva dal consumo gli offre. Tutto ciò benché, per fare un esempio, nonostante il reddito medio reale dei cittadini statunitensi di oggi sia il doppio di quello dei connazionali della scorsa generazione, la percentuale di coloro che si dichiarano “felici” non sia cambiata affatto (sempre un terzo dei cittadini), mentre il tasso di divorzio è raddoppiato e i suicidi tra teen-agers triplicati.

 

Un’intera generazione ha assaggiato i frutti della “società affluente” scoprendo che il denaro non garantisce la felicità. Cercando la propria strada alla felicità, però, milioni di persone non solo hanno “fatto un passo indietro” rifiutando lo stile di vita diffuso ma hanno “fatto un passo avanti” approdando a uno stile di vita che, benché materialmente più modesto, rivela la ricchezza della famiglia, dell’amicizia, della creatività e di un senso di comunione spirituale con l’universo.

In risposta alle spinte ed ai problemi posti dalle condizioni attuali, negli Stati Uniti e in almeno una dozzina di altre nazioni “postmoderne”, questa nuova tendenza volta a stili di vita più semplici ha trovato sempre più spazio arrivando a coinvolgere, dai pochi pionieri degli anni ’60, un ruolo rilevante nella cultura mainstream del primo ventunesimo secolo. Oggi anche le riviste patinate pubblicizzano la “vita semplice” dalle edicole di tutti gli Stati Uniti ed anche i maggiori talk show televisivi trovano il tema del “simple living” interessante dedicandovi attenzione. I sondaggi mostrano che esiste una subcultura consistente, che coinvolge secondo stime prudenti il 10% della popolazione, che sta sperimentando stili di vita che sono materialmente ed ecologicamente più sostenibili e che allo stesso tempo si rivelano spiritualmente più soddisfacenti.

 

L’universo degli stili di vita semplici è complesso. Molte forme di semplicità volontaria stanno sbocciando come risposta alle sfide ed alle opportunità che la nostra epoca ci sottopone. Voglio provare a fornire un’immagine il più possibile realistica di questo “giardino della semplicità” elencando dieci approcci. Anche se ci sono molti tratti comuni, ognuna di queste sfumature mi sempre sufficientemente significativa da meritare una categoria separata. In modo da non fare favoritismi di sorta, li ho “etichettati” e ho deciso di elencarli in ordine alfabetico. 

 

Semplicità commerciale (commercial simplicity): Semplicità significa riconoscere che esiste un mercato fiorente per quanto riguarda i prodotti sani e sostenibili ed i servizi compatibili con questa filosofia, dall’edilizia eco-compatibile al solare al biologico. La necessità di una maggior eco-compatibilità delle strutture e del sistema che andrà favorita nelle nazioni in via di sviluppo, ed allo stesso tempo la necessità di ridisegnare in chiave eco-compatibile le città, i posti di lavoro ed i trasporti nel cosiddetto mondo sviluppato, mostra chiaramente come anche le attività economiche per espandersi dovranno adottare la loro filosofia alla sostenibilità ed ai principi ecologici.

 

Semplicità ecologica (ecological simplicity): Semplicità significa adottare uno stile di vita che influisca il meno possibile sull’equilibrio del pianeta riducendo la nostra “impronta ecologica”. La semplicità ecologica apprezza una profonda interconnessione con la rete dei viventi ed è allarmata dalle minacce al suo benessere come ad esempio il riscaldamento globale, l’estinzione di molte specie o la riduzione delle risorse naturali. Essa promuove pratiche economiche che mettano al centro il valore degli ecosistemi e della salute delle persone in prospettiva di un’economia produttiva, dal locale al globale.

 

Semplicità economica (frugal simplicity): Semplicità significa tagliare tutte le spese superflue attraverso una gestione attenta delle nostre finanze personali volta all’indipendenza economica. La frugalità, e un’oculata gestione delle risorse, ci permettono di diventare economicamente liberi ed allo stesso tempo ci invitano a seguire un percorso di vita veramente nostro. Vivere consumando di meno diminuisce anche il nostro impatto sul pianeta, e libera più risorse a favore di coloro che non hanno nemmeno il necessario.

 

Semplicità empatica (compassionate simplicity): Semplicità significa riscoprire un senso di affinità con gli altri, che porta a scegliere di vivere semplicemente con gli altri. La semplicità empatica ci porta a sentire il legame con la “comunità della vita” ed a intraprendere un percorso di riconciliazione con le altre specie, con le future generazioni, con gli indigenti o con coloro i quali non hanno le nostre stesse opportunità. La semplicità empatica è un percorso di cooperazione e lealtà che auspica un futuro in cui si persegua uno sviluppo comune e armonico.

 

Semplicità esistenzialista (choiceful simplicity): Semplicità significa scegliere il nostro sentiero attraverso la vita in maniera conscia, volontaria e responsabile. In quanto percorso che pone l’enfasi sulla libertà, questo approccio alla semplicità invita a concentrare l’attenzione, a scavare in profondità e a non lasciarsi distrarre dalla “cultura del consumo”. Essa significa anche organizzare coscientemente le nostre vite in modo da dare al mondo l’essenza di noi stessi. Come disse Emerson, “l’unico vero regalo è una parte di te stesso”.

 

Semplicità estetica (elegant simplicity): Semplicità significa mettere in pratica attraverso il nostro stile di vita un preciso canone estetico e un “ideale artistico”. Come disse Gandhi, “la mia vita è il mio messaggio”. In questo spirito, la semplicità estetica è un gusto sobrio e non artificiale che si oppone agli eccessi del consumismo. Suggestionata da vari influssi che spaziano dallo Zen ai quaccheri, essa celebra i materiali naturali e le espressioni pulite e funzionali come se ne trovano nell’artigianato e in molti manufatti provenienti da queste comunità.

 

Semplicità liberatrice (uncluttered simplicity): Semplicità significa prendersi cura di una vita troppo occupata, stressata ed allo stesso tempo frammentata. La semplicità liberatrice favorisce la liberazione dalle distrazioni banali, sia materiali che immateriali, focalizzandosi su ciò che è veramente essenziale – qualsiasi cosa possa essere nella vita unica di ciascun individuo liberato. Come disse Thoreu, “la nostra vita si spreca nei dettagli… semplifica, semplifica”. O, come scrisse Platone, “Per cercare la propria strada, bisogna prima semplificare i meccanismi della vita quotidiana”.

 

Semplicità naturista (natural simplicity): Semplicità significa ricordare le nostre radici profonde che sono collocate nel mondo naturale. Significa sperimentare i nostri legami con l’ecosistema dei viventi nel quale siamo immersi ed equilibrare lo spazio dedicato all’esperienza dell’ambiente creato dall’uomo con il tempo dedicato alla riscoperta della natura. Significa anche celebrare l’esperienza di vivere attraverso il miracolo delle stagioni, provando rispetto ed ammirazione per la comunità della vita ed accettando che anche piante e animali meritano la loro dignità ed i loro diritti al pari degli umani.

 

Semplicità politica: Semplicità significa organizzare la convivenza in modi che rendano possibile una vita più luminosa e più sostenibile. Per far ciò è necessario modificare praticamente ogni ambito della vita in comunità :trasporti, educazione, urbanistica, lavoro. Per questo c’è bisogno anche del sostegno dei mass media, che sono il primo mezzo in grado di rinforzare o trasformare la “coscienza consumistica collettiva”. La semplicità in politica è la politica dell’interazione e della comunità che costruisce a partire dalla dimensione locale, in maniera diretta e immediata, connessioni con la rete mondiale delle relazioni favorita dalle tecnologie come internet.

 

Semplicità spirituale (soulful simplicity): Semplicità significa coltivare attraverso la meditazione e la temperanza l’esperienza intima di comunione con tutto ciò che esiste. Vivere in maniera semplice ci permette di aprire gli occhi su ciò che ci circonda e ci sostiene, momento dopo momento. La semplicità degli spirituali è interessata più ad assaporare coscientemente il succo della vita nella sua ricchezza disadorna, che a mettere in pratica determinati stili di comportamento in maniera puramente esteriore. Coltivare un senso di comunione con la vita ci permette di volgere la nostra attenzione oltre alle apparenze superficiali, ridando la vita alla nostra interiorità attraverso le relazioni di ogni genere.

 

Come questi dieci approcci dimostrano, la crescente cultura della semplicità contiene un giardino in fiore di espressioni la cui grande differenza – ed allo stesso tempo le connessioni e le vicinanze – contribuisce alla creazione di una dinamica e solida cultura, di un “ecosistema di saperi” al quale attingere nella ricerca di una vita più sostenibile e allo stesso tempo più ricca. Come ogni ecosistema, la sua “biodiversità” è un indice di flessibilità, adattabilità ed elasticità. Visti tutti i sentieri di spessore assoluto che compongono questo “giardino della semplicità”, questo movimento culturale sembra avere un enorme potenziale di crescita soprattutto se sarà nutrito e coltivato nei mass media come un’alternativa legittima, creativa e proiettata in maniera promettente al futuro.

 

La nostra intelligenza è in questo momento sottoposta ad una prova. Le scelte fatte da questa generazione si ripercuoteranno profondamente nel futuro. Anche se la società umana si è già confrontata con grossi ostacoli, nel corso della storia, le sfide del nostro tempo sono veramente uniche. Mai prima un numero così grande di individui era stato chiamato in causa per condurre in maniera protagonista un così grande e improvviso cambiamento. Mai prima l’intera famiglia umana era stata chiamata a lavorare insieme per immaginare e costruire un futuro sostenibile e giusto. I semi piantati dalle passate generazioni stanno ora sbocciando nella primavera della loro rilevanza per il destino del pianeta. Possa questo giardino prosperare.

 


La finta morte del vecchio capitalismo

ottobre 17, 2008

La crisi dei mercati finanziari globali, secondo i vecchi apologeti del libero mercato e del primato della finanza globalmente sregolata, sta portando alla fine dei vecchi modelli e a un nuovo intervento dello stato. Possiamo sperare quindi in un nuovo modello che proponga nuovi valori, che riscopra la giustizia sociale, che crei attraverso lo stato una nuova solidarietà ed una ridefinizione degli obiettivi collettivi (crescita) ed individuali?

Peccato capitale

Lo danno per morto. Ma è un trucco. Il mercato risorgerà più forte di prima. E tutti pagheremo per le sue colpe. A meno che non si eserciti una forte pressione sulla politica. Tornando nelle piazze

di Naomi Klein (Fonte: L’espresso)

Qualunque cosa stiano a significare gli eventi accaduti in queste settimane, nessuno dovrebbe credere alle dichiarazioni esagerate che vedono nella crisi dei mercati la morte dell’ideologia del libero mercato. L’ideologia del libero mercato ha sempre servito gli interessi del capitale e la sua presenza ha moti alterni secondo la sua utilità verso tali interessi.

Durante i periodi di boom economico è utile predicare il laissez faire, poiché un governo assente dà modo alle bolle speculative di gonfiarsi, facendo lievitare i prezzi. Quando tali bolle esplodono, l’ideologia diviene un ostacolo, o addirittura un impedimento, e viene messa da parte mentre i grandi governi corrono ai ripari. Il resto è garantito: l’ideologia tornerà a ruggire più forte di prima una volta terminate le operazioni di salvataggio finanziario.

I massicci debiti che il settore pubblico sta accumulando per salvare finanziariamente gli speculatori diventeranno allora parte di una crisi di budget globale che comporterà una razionalizzazione nonché un taglio dei programmi sociali, insomma una rinnovata spinta a privatizzare ciò che resta del settore pubblico. Ci verrà anche detto che le nostre speranze per un futuro verde sono, purtroppo, troppo costose.

Ciò che non sappiamo è come il settore pubblico risponderà. Consideriamo che in Nord America tutti coloro che hanno meno di 40 anni sono cresciuti con la consapevolezza che il governo non può intervenire nella propria vita, che il governo è il problema e non la soluzione, che il laissez faire è l’unica e la sola opzione.

Ora, improvvisamente ci troviamo di fronte a un governo estremamente attivo e fortemente interventista, apparentemente pronto a fare qualunque cosa sia necessaria per salvare gli investitori da loro stessi.

Di fronte a questo scenario una domanda sorge spontanea: se lo Stato può intervenire per salvare le società di capitali che corrono incauti rischi nei mercati immobiliari, perché non può intervenire per evitare che a milioni di americani sia tolto il diritto di cancellare un’ipoteca?

Allo stesso modo, se 85 miliardi di dollari possono essere messi subito a disposizione per comprare il gigante assicurativo Aig, perché il sistema sanitario per tutti, che proteggerebbe gli americani dalle pratiche predatorie delle società di assicurazione sanitaria, viene fatto apparire come un sogno irraggiungibile?

E se altre società di capitali necessitano di fondi dei contribuenti per rimanere a galla, perché i contribuenti non possono fare richieste in cambio, ad esempio tetti sugli stipendi dei manager e una garanzia contro la perdita del posto di lavoro? Ora che è chiaro che il governo può agire in tempi di crisi, sarà molto difficile in futuro per il governo sostenere la propria impotenza.

Un altro possibile cambiamento ha a che fare con le aspettative del mercato di future privatizzazioni. Per anni, le banche che si occupano di investimenti a livello globale hanno esercitato pressioni sui politici per due nuovi mercati: uno che deriverebbe dalla privatizzazione delle pensioni pubbliche e l’altro che scaturirebbe da una nuova ondata di privatizzazioni dei sistemi idrico e stradale. Entrambi questi sogni sono diventati piuttosto difficili da vendere: gli americani non sono in vena di affidare i propri beni patrimoniali, individuali e collettivi, agli speculatori sconsiderati di Wall Street, specialmente perché è alquanto probabile che i contribuenti dovranno ricomprare i propri beni quando esploderà la prossima bolla finanziaria.

Con il fallimento dei negoziati del Wto (World Trade Organization), questa crisi potrebbe anche funzionare da catalizzatore per un approccio radicalmente alternativo alla regolamentazione dei mercati mondiali e dei sistemi finanziari.

Gia stiamo assistendo a un movimento verso la ‘sovranità alimentare’ nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che lasciare l’accesso al cibo ai capricci dei commercianti all’ingrosso. Forse i tempi sono maturi per idee quali il taxing trading, che rallenterebbe gli investimenti speculativi e altri controlli di capitali a livello globale.

E ora che la nazionalizzazione non è più una parolaccia, le compagnie petrolifere dovranno fare attenzione: qualcuno deve pagare per il cambiamento verso un futuro più sostenibile e ha senso ancor più per il volume di fondi provenienti da un settore altamente proficuo che è il maggior responsabile della nostra crisi ambientale e climatica. Ha certamente più senso che creare un’altra pericolosa bolla finanziaria nel commercio del carbone.

Tuttavia la crisi cui stiamo assistendo esige cambiamenti persino più profondi. A questi mutui spazzatura è stato permesso di proliferare non solo perché i moderatori-correttori non ne comprendevano i rischi, ma anche perché abbiamo un sistema economico che misura il nostro benessere collettivo basandosi esclusivamente sulla crescita del Pil.

Così, finché i mutui spazzatura foraggiavano la crescita economica, i nostri governi li sostenevano attivamente. Quindi ciò che veramente viene chiamato in causa dalla crisi è l’indiscussa dedizione alla crescita a tutti i costi. Dove questa crisi dovrebbe condurci è verso un modo radicalmente diverso per la nostra società di misurare il benessere e il progresso.

Niente di tutto questo, comunque, accadrà a meno di un’enorme pressione dell’opinione pubblica sulla classe politica in questo periodo chiave. E non una lieve pressione politica, bensì un ritorno alle piazze e all’azione diretta che negli anni Trenta inaugurò il New Deal. Senza questa pressione, ci saranno solo cambiamenti superficiale e un ritorno, il prima possibile, al business di sempre.


Semplicità Volontaria (I)

ottobre 12, 2008

di Serge Mongeau

tratto da Bonaiuti M. (a cura di), Obiettivo Decrescita, Edizioni Missionarie Italiane, 2005

L’espressione “semplicità volontaria” è stata resa popolare negli Stati Uniti da Duane Elgin nel suo libro Voluntary Simplicity, pubblicato nel 1981.

Elgin attribuisce la paternità del concetto a Richard Gregg, un allievo di Gandhi che scrisse nel 1936 un articolo che portava lo stesso titolo. Da parte mia, scrissi una prima versione de La semplicità volontaria nel 1985, nel quadro di una raccolta sulle questioni sanitarie, ma la mia riflessione sulle questioni sanitarie mi ha portato a concludere che, nei nostri paesi industrializzati, la maggior parte dei problemi di salute sono causati da un eccesso nei consumi.

La nostra ricerca della salute dovrebbe condurci a uno stile di vita più sobrio, nettamente contro corrente: «Semplicità non significa povertà; è un privarsi di qualche cosa per lasciare maggiore spazio allo spirito e alla coscienza; è uno stato dello spirito che invita ad apprezzare, assaporare e ricercare la qualità; è una rinuncia agli oggetti che appesantiscono, infastidiscono e impediscono di andare a fondo alle proprie possibilità».

Il consumo eccessivo ha inoltre degli effetti sociali ed ecologici e per questo motivo «la strada della semplicità volontaria non costituisce solamente una via migliore per la salute di coloro che la intraprendono ma [anche] senza dubbio, l’unica speranza per l’avvenire dell’umanità».

La strada della semplicità volontaria comincia con un cammino personale di introspezione: si tratta per ognuno di trovare la propria identità e i mezzi per rispondere ai propri bisogni reali, fisici, sociali, affettivi o spirituali. Nel nostro mondo dell’abbondanza, questo significa che non bisogna più compiere le proprie scelte sotto l’influenza della moda, della pubblicità o del giudizio degli altri.

Quando si comincia a scegliere con la propria testa, si consuma di meno e si ha meno bisogno di denaro.

Si può dunque lavorare di meno e utilizzare il tempo recuperato per fare ciò che è essenziale alla nostra piena espressione: riflettere, parlare con il prossimo, manifestare la nostra compassione, amare, giocare… in modo da soddisfare da noi stessi quei bisogni che sempre più spesso colmiamo con l’acquisto di oggetti che ci rendono sempre più dipendenti.

Il tempo ritrovato costituisce la dimensione essenziale della semplicità volontaria.

Esso permette la presa di coscienza e il controllo della propria vita.

La semplicità volontaria costituisce una leva per cambiare il mondo rifiutando il consumo indiscriminato e il sistema capitalista che devastano il pianeta.

L’importanza strategica della semplicità volontaria

 

Coloro che fanno la scelta della semplicità volontaria, la fanno per diverse ragioni:

  • perché si trovano in una situazione finanziaria difficile;
  • perché manca loro il tempo di vivere veramente la propria vita e fare ciò che potrebbe realmente darle un senso;
  • perché si preoccupano dell’ambiente e hanno preso coscienza dello spreco a cui conduce il nostro tipo di società;
  • perché sentono il vuoto di una vita occupata dal consumismo ma che non lascia spazio allo sviluppo della loro spiritualità;
  • perché hanno preso coscienza delle inaudite disparità che caratterizzano questo mondo nel quale alcuni consumano eccessivamente mentre ad altri manca l’essenziale.

La semplicità volontaria costituisce attualmente un movimento sociale che acquista di giorno in giorno sempre più importanza.

Essa offre la rara opportunità di lavorare alla propria piena realizzazione agendo allo stesso tempo per il bene della collettività.

Inoltre, la semplicità volontaria si iscrive in una corrente sociale di fondo: i cittadini hanno perso fiducia nei propri governi e capiscono che, se vogliono ottenere qualche cambiamento, tocca a loro stessi agire.

Come scrive Gustavo Esteva: «Questa classe di scontenti, che fanno pressione affermando che esiste una maniera più sensata di pensare, riconosce che il porre dei limiti politici ai progetti tecnologici e ai servizi professionali, non può essere formulato, espresso o realizzato che sulla base di decisioni e iniziative personali, liberamente consentite, e grazie ad accordi comuni. Il loro punto di vista si è quindi gradualmente spostato: invece di prendere come punto di riferimento “l’insieme della società”, riconoscono ormai che questo orientamento intellettuale e politico nasconde una trappola pericolosa. È per questo che concentrano le proprie riflessioni e i propri sforzi sul piano locale, nel proprio spazio concreto, sul proprio territorio».

Il successo del commercio equo e solidale, dei sistemi di scambio locale (GAS), dell’agricoltura sostenuta dalla comunità e di chissà quante altre iniziative radicate localmente, mostra molto bene la vivacità di questa tendenza.

La semplicità volontaria permette a ciascuno di noi di cominciare ad agire qui e ora.